L’ALTRA FRONTIERA

Lo scorso 11 dicembre ha avuto inizio il progetto #GenerazioneEU, organizzato dall’Università Bocconi e da “La Repubblica”, in collaborazione con la Rappresentanza italiana della Commissione Europea e l’Ufficio in Italia del Parlamento Europeo, rivolto a studenti e studentesse delle scuole superiori italiane, che sono stati coinvolti in attività di divulgazione e di impegno in relazione all’Europa e all’essere cittadini europei. I ragazzi e le ragazze, attraverso la piattaforma Repubblica@scuola sono stati impegnati in contest redazionale e ad un video-corso online. 

Partendo dal discorso sullo Stato dell’Unione 2020, gli studenti partecipanti al contest – da soli o in gruppo – hanno scritto un elaborato in uno dei seguenti format:

  • lettera indirizzata all’Europa
  • articolo giornalistico
  • campagna di Instagram

Il secondo posto assoluto nella categoria “articolo giornalistico” è stato meritato da Isabella Bulatović, studentessa del nostro Liceo, che ha partecipato con un testo dedicato al tema della migrazione nel contesto della Comunità Europea. Qui il testo del suo articolo, in attesa di poterla intervistare!


Se, da una parte, è vero che il fenomeno migratorio ha sempre avuto la lampante quanto indiscutibile caratteristica dell’inarrestabilità, d’altro canto è altrettanto vero che, pur essendo a tal punto “prevedibile”, trovarvi una soluzione equanime si è costantemente rivelato un ostacolo non da poco.

In particolare, la cosiddetta questione dell’“immigrazione clandestina” – oltre che essere uno dei più amati oggetti di pubblica polemica – è anche uno dei problemi che più anima il dibattito europeo. E mentre le divergenti posizioni in riguardo rendono la discussione sempre più accesa e contorta ci si rende conto che, quella dell’immigrazione extra-EU, è una situazione che necessita al più presto di una risposta, tanto pronta quanto efficace.

Per andare dritti al dunque semplificando il dibattito, si potrebbe procedere secondo un’analisi, per così dire, “cartesiana”: il districamento del “quesito contorto” in “più semplici e numerosi quesiti”, di per sé dunque più abbordabili. Ne deriverebbe a questo punto una duplice scansione del fenomeno migratorio, diviso in problema a breve termine e problema a lungo termine.

Nel primo viene messa a fuoco la questione “immediata”: gli sbarchi, la conseguente riorganizzazione dello Stato ospitante. Riorganizzazione che dev’essere naturalmente il più reattiva possibile. Il problema a breve termine riguarda dunque un’adeguata accoglienza degli immigrati, la loro identificazione e l’eventuale ricongiungimento con i familiari, l’assegnazione di un alloggio e di un lavoro e l’integrazione nella comunità europea. Sullo sfondo, possibilmente non troppo fuori fuoco, la dignità e il rispetto della persona. Frontalmente, il problema a lungo termine riguarda tutte le implicazioni, per l’appunto, più “graduali”. La questione consta, principalmente, nell’individuazione e nel sistematico sanamento dei motivi primari che spingono i migranti extraeuropei ad abbandonare il proprio paese: detto più terra-terra, l’universale logica dell’“Aiutiamoli a casa loro”. Stiamo dunque parlando, per esempio, della leva militare obbligatoria (maschi e femmine dagli undici anni in su) imposta dalla presidenza Afewerki – che spiega come mai, il 13 ottobre 2013, il 90% dei naufraghi era eritreo; oppure, qualora se ne volesse parlare in una linea non così specifica, si potrebbe citare l’accaparramento di vaste zone a carico di speculatori ambientali, la mancanza di fondi per contrastare le conseguenze dei cambiamenti climatici o, ancora, le persecuzioni etnico-religiose. Ma stiamo parlando anche dello schiavismo precapitalistico del caporalato nei campi di pomodori della Capitanata italiana (e non solo); della cancrenosa politica di propaganda contro il migrante, che non manca, spesso e volentieri, di sfociare nel razzismo più tossico. E stiamo parlando, non ultimo, delle (possibili?) implicazioni derivate dal mercato europeo delle armi, le cui esportazioni – stando alla 17^ relazione annuale del Senato della Repubblica, 03/2016 – “autorizzate dagli Stati membri nel 2014 sono state pari a 98,4 miliardi di EUR”. Armi sulle cui destinazioni ci sarebbe da interrogarsi…

Ora, paradossalmente a quanto potrebbe sembrare, risolvere le problematiche rilevate attraverso l’analisi del “problema a lungo termine” di per sé non costituirebbe un grande ostacolo: basterebbe infatti stanziare un fondo specifico europeo (con obbligo di finanziamento annuale in relazione al prodotto interno lordo di ogni stato membro) mirato all’investimento per lo sviluppo dei paesi di provenienza dei migranti. Naturalmente accertandosi che vengano spesi a tal fine, e non per finanziare chi meglio si dedica alla soppressione della migrazione o ai rimpatri. Tali condizioni rispettate, anche se non ci porterebbero alla totale risoluzione del problema, ci farebbero comunque fare un enorme passo avanti. Migliorando, allo stesso tempo, la vita di milioni di persone.

D’altro canto, più complicato sarebbe invece risolvere le implicazioni del “problema a breve termine”. Ed è forse qui che, nei termini più assoluti, entra in gioco il “Principio di Solidarietà” enunciato dal Parlamento Europeo (art. 80 TFUE): perché quanto velato dal problema a breve termine è anche ciò che più tende ad allargare la frattura tra il Nord- Europa e i cosiddetti “PIGS”. Portugal, Italy, Greece and Spain costituiscono, ma guarda

il caso, le quattro frontiere geografiche contrapposte alla migrazione. Paesi che, continuamente, accusano l’Europa di essere lasciati soli a fronteggiare i milioni di profughi che, ogni anno, cercano di varcare i confini. Accuse, forse, infondate; ma che riflettono appieno quella voragine, o meglio, quell’altra frontiera, che ancora tiene separati “Nord e Sud”. Ed è chiaro che, se nelle fondamenta non ci si sente uniti – o, peggio, non lo si è proprio –, risolvere un problema come l’immigrazione irregolare e clandestina può diventare qualcosa di incredibilmente, vertiginosamente difficile. Se non, purtroppo, qualcosa di utopico e impossibile.

di Isabella Bulatovic

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