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9/3/1962

Eleonora Bianchi

Pubblichiamo, a partire da oggi, alcune dei racconti scritti dal gruppo di ragazze e ragazzi del Liceo che, durante lo scorso anno scolastico, hanno frequentato il corso di scrittura creativa, da due anni tenuto dalla professoressa Eletta Revelli. Il primo racconto è di Eleonora Bianchi, che ringraziamo per aver autorizzato la pubblicazione del suo testo sul nostro blog e la prof.ssa Revelli per la sua preziosissima collaborazione.

Buona lettura!

“Amen.” Non riusciva a togliergli gli occhi di dosso, era come incantata. “Benvenuti fedeli. Oggi siamo qui riuniti per commemorare la dolorosa perdita della nostra amatissima Alba, donna dalla grande fede e devozione a questa santa chiesa…” Doveva accettarlo: non l’avrebbe rivista mai più. Niente più pasta al forno, letture insieme, commenti sulle telenovelas, abbracci… a stento trattenne le lacrime. Crack. Male al petto, male alla gola, male a tutto. Anche deglutire era una fatica titanica. Una parte di lei voleva gridare, piangere e gettarsi ai piedi della bara strappandosi le vesti e i capelli come facevano gli antichi greci, l’altra si voleva confondere con tutti gli altri, spettatori silenziosi del più macabro mistero della vita. Avvolta in un cappotto nero, stringeva la borsetta con entrambe le mani cercando di concentrarsi sulle parole del prete, ma lo sguardo ricadeva sempre lì, sui fiori voluti  dalla mamma, sul contenitore sterile. Non poteva esserci davvero dentro la sua amata nonna… Dopo la cerimonia con gli occhi gonfi di pianto, sì, aveva ceduto, era strisciata a casa, dove aveva indossato un sorriso amorfo per tirare su il morale agli altri, in un mare di sciocche battute generate per non pensare. Risate amare, che fanno quasi più male delle lacrime, perché nascondono una realtà che nessuno vuole accettare.

Qualche giorno dopo il funerale Angelica aveva accompagnato i genitori a casa della nonna per svuotarla, metterla in affitto e ricavarci qualcosa. Era un momento difficile per la famiglia: suo papà aveva perso il lavoro e quello della mamma non bastava, avevano bisogno di quei soldi. A tutti piangeva il cuore, ma sapevano bene che Alba avrebbe voluto così. La ragazza voleva andarci perché sperava di mettere così fine alla sua sofferenza, voleva mettere un punto a quella storia. Sperava che dare un addio definitivo al passato l’aiutasse ad accettare il presente. Sperava che prendere qualche vecchio abito o gingillo della nonna la facesse sempre restare accanto a lei.

In più era appassionatissima di abiti vintage e, in generale, degli anni Sessanta. Chi, dopo aver visto Grease, non vorrebbe andare a ballare lo swing in un diner con la musica diffusa da un jukebox? Chi, dopo Vacanze romane, non salterebbe su una Vespa con l’amore della sua vita per un giro delle campagne umbre? Quella passione era smisurata, anche fin troppo: il suo gusto per i vestiti, le pettinature, le auto, la musica e i ragazzi, insomma tutto la faceva sentire sempre più spesso un pesce fuor d’acqua, spiaggiata in un’epoca sbagliata. Sentiva di appartenere agli anni Sessanta, alle infinite storie che sapevano di speranza, di gioia e di genuinità che le raccontava nonna.

Una ventata di silenzio l’accolse all’ingresso. Tra gli scatoloni vedeva correre felici le sue cuginette vestite a festa che facevano a gara per apparecchiare la tavola a Natale. “Attente ai bicchieri! Mi raccomando uno alto e uno basso per ogni persona! Angie, tiraglieli giù che non ci arrivano!”. La credenza sentiva la mancanza di quegli oggetti un tempo tanto ordinari, ora tanto speciali.

Non pensarci. Devi rimanere di ghiaccio. La nonna è in un posto felice adesso. Si rifugiò nella cameretta dove, fin da piccola, aveva studiato ogni pomeriggio e contemplò la libreria in cerca di qualcosa, senza sapere cosa. Un grande libro svettava su tutti gli altri. Questo album marrone era stretto nell’incastro di volumi e  Angie non riuscì a prenderlo. Tirò, tirò e finalmente il grosso libro uscì con tanta forza da far cadere pancia all’aria la ragazza. Una bustina ingiallita svolazzò fuori dalle pagine. La prese al volo e l’aprì. Quel corsivo, fitto fitto, con cui aveva imparato a leggere e a scrivere le fece esplodere il cuore. Un esercito di parole svettava davanti ai suoi occhi: affetto, tristezza, consapevolezza. Era tutto suo, della nipotina che, sin da piccola, aveva cresciuto come una figlia. Alla fine la lettera non si leggeva più, tutta costellata di piccole macchie nere sbiadite. A fine lettera, dopo un immenso abbraccio, l’invito a sfogliare l’album di fotografie. Ma perché? Perché alla nonna importava così tanto che lo guardassi? La ragazza moriva di curiosità: la prima foto, in bianco e nero, ritraeva probabilmente la nonna e altre ragazze vestite con dei vaporosi vestiti a pois, a fiori, a strisce e con i capelli corti, ricci fermati da un nastro. Angie era incantata dall’atmosfera che si percepiva dalle foto e non riusciva a smettere di sfogliare l’album riempiendosi gli occhi di bellezza. A un tratto un’altra foto la colpì: un ragazzo, bellissimo. Staccò la foto dall’album e scoprì sul retro una scritta: 3 settembre 1962 – cambierai il mondo – . I suoi occhi si fiondarono a divorare quelle poche lettere create dal meraviglioso corsivo tanto amato. Quando rigirò l’immagine, notò una macchia rossa sullo sfondo. Che cos’era? Sentiva l’impulso di toccarla, una vocina dentro di lei la ipnotizzava con forza. Tocca il puntino rosso. Toccalo dai. Su, cosa aspetti? Lo toccò.

E buio fu.

“Tutto bene? Come ti senti cara?”  

“Devo chiamare un’ambulanza?”

“No! È LEI! Non possiamo portarla in ospedale”.

Che mal di testa! Angie non riusciva a mettere a fuoco i due ragazzi, chini su di lei. Ma dove sono? Un secondo prima si trovava nella cameretta della nonna e poi puff, il vuoto… Tentò di alzarsi, ma il cervello volteggiò in una capriola: meglio aspettare! Quando i suoi occhi si furono abituati alla luce studiò quei volti: i due ragazzi le sorridevano, non sembravano una minaccia. Avranno avuto all’incirca tre anni più di lei. Il ragazzo portava i capelli intrisi di gel immobilizzati tutti da un lato, una maglietta bianca e un giubbino di pelle.

Danny Zuko? Ma sei fuori?!

Però aveva un viso familiare… La ragazza aveva i capelli corti, leggermente ondulati e un vestito uguale identico a quello della foto della nonna.Un vestito anni ’60? Ma sei fuori?! Non è possibile! Sto sognando…

“Ciao. Sono Alba e lui è il mio amico Sandro. Scusa per il brusco risveglio, ma dobbiamo andare via di qua al più presto. Se ci beccano siamo morti!” La fecero alzare e, con passo svelto, la condussero sulla soglia di un appartamento. Tutto intorno ad Angie sembrava appena uscito da una cartolina.

Cos’è questo posto? Non capisco…

Sentiva, tuttavia di potersi fidare di quelle persone. Quando entrarono un insieme di grida e musica la travolse: la stanza era piena di ragazzi che ballavano e scherzavano tra di loro. Come se nulla fosse. Alba, accortasi della situazione, si avvicinò al jukebox e lo spense. Tutti si fermarono protestando, ma capirono e si sedettero sul divano e su alcune poltrone. “Eccoci al completo. Il momento che tutti stavamo aspettando è finalmente arrivato. Vi presento Angelica! Angelica questo è il club del libro di Napoli, l’organizzazione che si occuperà del tuo soggiorno nel 1962.”

“Scusa, cosa?”

Angie era spiazzata. Il mondo che conosceva si stava sgretolando sotto i suoi piedi. 1962? Follia!

 Non si può viaggiare nel tempo. Un’organizzazione stava aspettando PROPRIO lei per attuare un piano non si sa di che genere. Assurdo. La testa le girava. Aveva bisogno di un bicchiere d’acqua. “Mi spiace che tu l’abbia saputo così, ma abbiamo pochissimo tempo. Sei arrivata tardi rispetto a quello che diceva la profezia e ora non possiamo permetterci di indugiare…”si scusò Alba.

“Una profezia? Di che diavolo stai parlando? Tu sei matta!”

“Cerca di pensare in modo diverso. Pensa ad un mondo dove si può viaggiare nel tempo e tu sei qui, nel 1962, per una missione. Neanche noi sappiamo con esattezza quale sia. Semplicemente abbiamo il compito di proteggerti a qualsiasi costo.”

“Ma ti rendi conto di quello che mi stai dicendo? Ti aspetti anche che io ti creda? Tu sei tutta matta, cazzo. Sei proprio fuori. Tutti lo siete. Io voglio solo tornare a casa, delle vostre scemenze me ne infischio. Anzi, me ne vado proprio. Non sono quella che cercate. Buona vita!”

Alba e Sandro cercarono di trattenerla, ma fu tutto inutile, non si può trattenere una persona in un posto dove non vuole stare.Uscita dall’appartamento Angie non sapeva dove andare. Quella che dicevano essere Napoli, non era più la sua Napoli, non ci ritrovava nulla di familiare. Con le lacrime che le appannavano gli occhi cercava di orientarsi. Aveva pianto troppo in quegli ultimi giorni. Mentre tentava di capire, le persone la squadravano come un’aliena. Certo una donna con i pantaloni, jeans per di più, doveva creare un certo scalpore fra i passanti. Tutto era così simile a come se l’era sempre immaginato, ma non riusciva a goderselo. Non era normale essere lì. Era un’intrusa. Decise di camminare per un po’, voleva cercare il mare. Vestita così no, però. Come fare? Le venne in mente di entrare in una lavanderia a gettoni e rubare un vestito. Il fine giustifica i mezzi alla fine, no? Dio l’avrebbe di sicuro perdonata per questo. Si avviò, quindi, verso dove credeva di trovare il mare. Si sedette su un muretto. Riconobbe in lontananza Castel dell’Ovo e per qualche minuto si sentì come quando a maggio andava sempre sulla spiaggia per studiare. In che razza di mondo parallelo era finita?

Aveva gli occhi chiusi quando si sentì toccare il braccio. Fece un salto.

“Angelica!”

“Sandro sei tu! Mi sono presa un colpo!”

“Ho bisogno di parlarti, devi vedere una cosa.” Le prese la mano e quasi di forza la fece salire sulla Vespa.

Dalla Vespa Angelica vedeva passare veloce tutta Napoli. Il blu e il giallo si mescolavano tra di loro creando un’atmosfera senza precedenti. Nonostante non sapesse dove stesse andando e ci stesse andando con un completo sconosciuto, si stava godendo il viaggio. Prendeva grandi boccate d’aria inebriandosi del profumo di quella città incantata. Il veicolo rosso si fermò davanti ad uno stabilimento apparentemente abbandonato.

“Siamo arrivati” annunciò Sandro. Angie lo guardò perplessa. Cosa c’era di così importante da vedere in quel luogo?

“Quello che ti voglio far vedere è dentro, ma non possiamo entrare, dobbiamo guardare dalla finestra” le spiegò con gentilezza il ragazzo. Allora le prese la mano, avvicinandosi a uno dei grandi pannelli di vetro. Ciò che vide cambiò la vita della nostra Angelica per sempre: decine e decine di donne lavoravano senza sosta in quella che sembrava a tutti gli effetti un’industria tessile. I sovrintendenti, uomini, le picchiavano, esigendo, probabilmente, un ritmo di lavoro sempre più incalzante. Le condizioni a cui erano sottoposte sembravano pessime.

“Cos’è tutto questo Sandro?”

“È il motivo per cui pensiamo tu sia qui. Se ti fossi fermata da Alba lo avresti saputo.”

“È terribile, ma io che c’entro?”

“È l a tua missione”

“Dobbiamo fare qualcosa…” i suoi occhi iniziarono a riempirsi di lacrime “Sandro dobbiamo agire subito!” stava gridando. Dentro qualcuno si accorse del trambusto. Uno sparo. “Corri!” Uno dei sovrintendenti li stava per raggiungere. Fortunatamente la Vespa era vicina. Fuggirono via veloci. Ad Angie scappò una risata. Anche Sandro si lasciò andare. Se l’erano vista proprio brutta. L’acqua tiepida le lambiva le gambe solleticandogliele. All’orizzonte il cielo si tingeva di rosso sprigionando colore sulla superficie piatta del mare.

“Sandro!”

“Dimmi”

“Raccontami qualcosa di bello!!!”

“Vuoi sentire una storia?”

“Fai tu…”

“C’era una volta in un paese lontano lontano un ragazzo che sognava di cambiare il mondo. Assai giovane va a lavorare in fabbrica. Si sente realizzato finché non conosce una ragazza molto bella che gli fa capire che il suo posto non è lì e che vuole diventare direttore, non un semplice impiegato. Così inizia a lottare per il suo sogno.”

“E poi che succede?”

“Poi cade dal cielo la sua più grande opportunità. Letteralmente dal cielo, quasi da un altro mondo. Èuna bellissima opportunità con gli occhi come due piscine di cioccolata dove mi tufferei, i capelli ricci come quelli delle sirene e un sorriso più luminoso del sole di Napoli nelle ore più calde, quando bisogna stare in casa per il troppo caldo. Ètestarda, volitiva, ma anche molto sensibile…” “Sandro!”

“Che c’è?”

“Mi fai vergognare!”

“Chi ha detto che stavo parlando di te!”

“Certo certo. Dai, continua.”

“Da quello che la profezia aveva rivelato al ragazzo e alla sua amica l’opportunità sarebbe arrivata il 9 marzo, ma quella arrivò solo il 3 settembre.”

“Secondo me la profezia ve l’ha fatta un americano.”

“Perché?”

“Gli americani scrivono le date al contrario: il 9/3 è il 3 settembre non il 9 marzo!”

“Se è come dici tu allora non c’è fretta e possiamo goderci questo splendido tramonto. Vedi che sei intelligente! Èper questo che mi piaci…”

Se Angie si fosse misurata le pulsazioni in quel momento, si sarebbe spaventata.

Che paura! Che faccio?

Si avvicinò lentamente al volto di Sandro e mentre le loro bocche erano sul punto di sfiorarsi, lui si girò, si tolse i vestiti e si tuffò in mare.

Non gli piaccio? Forse sono troppo grassa… Mi sono fatta troppe illusioni, sicuramente non pensa davvero tutto ciò che ha detto. Ho romanzato. Ecco tutto. Èinnamorato di Alba, sicuro. Lei è così bella e gentile. Io non sono all’altezza. Sono solo un’amica.

“Che fai? Non vieni?”

Stava per vomitare. Con tutta la forza del mondo si alzò, si tolse il vestito, non sapeva neanche lei bene con che coraggio, e lo raggiunse in mare.

“Perché hai il muso?”

“Non ho il muso.”

“Sì che ce l’hai. Ho capito. Tu pensavi che ti avrei baciato. Dì la verità! Lo pensavi…”

Il rossore del cielo si trasferì sulle guance di Angie. “Beh sì. Ma comunque non fa niente. Ho frainteso. Anzi non è neanche il caso che stiamo qua, si sta facendo buio. Dobbiamo andare da Alba per organizzare il piano.” Fece per uscire quando Sandro le prese la mano

“Vieni, scema!”

Farfalle, fuochi d’artificio, mal di stomaco, vergogna. Il suo primo bacio.

“Volevo che fosse speciale. Ètutta un’altra cosa baciarsi in mare al tramonto, no? Poi mi stavi baciando tu…”

“Sessista!”

“Scherzo, dai. Vieni qua!” Era molto più di quello che potesse chiedere dalla vita. Molto più di quello che pensava di meritarsi, molto.

“Ci serve un piano, un bel piano. Non so come sia nel…da che hanno hai detto che vieni?”

“2021”

“Accidenti! Non so come sia nel 2021, ma qui noi donne non siamo esattamente, come dire, considerate, ecco. Sarà difficile far anche solo capire ai sovrintendenti che quelle povere donne meritano lo stesso trattamento di un loro collega uomo, figurati convincerli a cambiare registro e aumentare i salari. Per carità, ho fiducia nelle tue capacità e, se sei stata mandata tu, ci sarà un motivo, però non posso negare che la situazione mi preoccupi.”

Alba era una ragazza davvero matura per la sua giovane età. Innanzitutto, aveva potuto studiare e, addirittura, frequentare l’università. E poi aveva letto moltissimi libri e compreso tanti aspetti della vita. Primo fra tutti che avrebbe dovuto fare qualcosa per cambiare il mondo in cui viveva. Aveva iniziato sin dal liceo a partecipare a manifestazioni pacifiche per la parità dei sessi e, ogni volta, rischiava di farsi ammazzare o, peggio, di finire in carcere. La polizia reprimeva nel sangue qualsiasi manifestazione potesse, in un certo senso, smuovere la coscienza delle persone. Non volevano che aprissero gli occhi. Non volevano che si svegliassero un giorno capendo di aver vissuto una vita che non si meritavano, che nessuno si merita, ribellandosi. Ad Alba tutto ciò mandava fuori di testa. Ed era proprio arrabbiatissima quando aveva deciso di radunarsi con altri giovani di Napoli con le sue stesse idee e formare quello che ora è il club del libro di Napoli. Formalmente leggevano un libro al mese e lo commentavano insieme, di fatto era un anno che si preparavano per l’arrivo di Angie, cercando di capire quale fosse la sua missione. Iniziò tutto un giorno quando nella sua cassetta delle lettere trovò una bustina Per la signorina Alba e tutto il club del libro di Napoli. Al suo interno un foglio sul quale veniva detto, in poche parole, che sarebbe arrivata una ragazza da un altro tempo e che avrebbero dovuto aiutarla a portare a termine una missione. La data di arrivo era il 9/3/1962. Niente di più, niente di meno. Ovvio che non avevano preso sul serio quell’insignificante bigliettino.

Un viaggio nel tempo? Troppo assurdo!

Sicuramente altro non era che uno scherzo di cattivo gusto di qualche ragazzetto dispettoso del quartiere, ma poi ogni settimana avevano continuato a trovare un nuovo biglietto sempre uguale e così avevano finito per crederci. Trovare la missione, senza nessun indizio, non era stato facile, soprattutto in una città piena di problemi. Ma un giorno Sandro aveva trovato la fabbrica vicino al mare e gli era sembrata proprio quello che stavano cercando per una ragazza dal futuro. Avevano aspettato il 9 marzo, ma non era accaduto nulla. Quando la speranza era ormai perduta, mentre Sandro e Alba erano in centro a fare shopping e si stavano scattando una foto, una bella ragazza mora era caduta dal cielo e Alba aveva capito che non avevano capito nulla. La data era invertita. Subito quando aveva visto Angie qualcosa in lei era scattato. Provava tenerezza, un profondo affetto verso quella creaturina che le aveva sconvolto la vita e che ora la guardava spaventata, chiedendosi cosa c’entrasse lei con tutto quel casino.

“Io e Sandro nella strada per venire qua abbiamo pensato che è necessario mettersi subito in contatto con le donne e far capire loro che le condizioni in cui lavorano non sono nella norma. Una volta che avranno compreso, sarà più semplice costruire con loro che conoscono i loro aguzzini un piano d’azione” spiegò tutta tremante Angie. Era una cosa grande quella in cui era finita, ma la intrigava, la intrigava tantissimo.

Se ne sarebbe occupata Alba, di contattare le donne della fabbrica. Sua mamma aveva un’amica che ci lavorava, sarebbe bastato un passaparola e in poco tempo tutte le operaie avrebbero saputo dell’incontro di quel sabato alla sede del club, cioè casa di Alba. Angie temeva che non sarebbe venuto nessuno. Temeva che la sua missione sarebbe fallita e sarebbe rimasta intrappolata nel passato per sempre. Una parte di lei, però, un po’ sperava di fallire. In fin dei conti lì c’era Sandro e tante persone con cui si trovava bene, che la capivano, finalmente!

Non c’era motivo di tornare a casa. Doveva reprimere quella parte di lei. Non era una vacanza quel viaggio, era qualcosa che stava facendo per quel tempo, per tutte quelle donne che avevano bisogno del suo aiuto.

Alle 20 suonò il campanello. Sandro, sull’uscio della porta, si trovò davanti una decina di donne. La scena era abbastanza comica a pensarci: un ragazzone di due metri accoglieva in casa un gruppetto di piccole creature indifese e impaurite. 
La riunione iniziò con i membri del club che si alternarono in un discorso il più semplice e chiaro possibile sulla situazione di sfruttamento di molte operaie in molte fabbriche del paese. Mostrarono fotografie e articoli di giornale che riportavano molte testimonianze.

“Questo è tutto. Avete delle domande? È tutto chiaro?” chiese gentilmente Angie.

Una signora sulla quarantina alzò la mano. “Scusate ma noi cosa c’entriamo con tutto questo?” “Come ti chiami?”

“Mariarosa.”

“Mariarosa, noi stiamo cercando di aiutarvi. Conosciamo solo in parte la vostra  fabbrica, ma ci sembra ingiusto come vi obbligano a lavorare. Per questo vi abbiamo chiesto di venire qui, per aiutarci a capire a fondo la vostra situazione e fare qualcosa per cambiarla. Quindi se ci vuoi raccontare qualcosa, noi te ne saremo grati” spiegò con calma Alba. Mariarosa esitò, ma poi si decise.

“Lavoro alla Esposito S.r.l. da quando avevo solo 18 anni. Niente è mai cambiato. Molestie, insulti, percosse sono all’ordine del giorno. Molte si sono ammalate e poi morte. I sovrintendendenti se ne sono sempre fregati altamente. Una vale l’altra per loro. Morto un papa se ne fa un altro, insomma. Io sono disposta a collaborare con voi e conosco molte altre donne che lo farebbero, ma abbiamo molta paura dei sovrintendenti. Se scoprono che stiamo tramando qualcosa ci puniranno.”

“Su questo ci stiamo lavorando, non preoccupatevi. A noi importa sapere che siete a conoscenza delle ingiustizie che ogni giorno subite e che siete disposte ad aiutarci a contrastarle. Insieme siamo più forti!” Al termine della serata i ragazzi distribuirono dei volantini da dare in fabbrica. Era stato toccante.

Agli incontri successivi parteciparono sempre più operaie entusiaste di far parte del progetto. In poco tempo organizzarono una manifestazione e vari scioperi. Prepararono tanti cartelloni colorati e slogan da urlare ad alta voce di fronte agli oppressori. Nessuna donna sarebbe più dovuta morire per i capricci di un uomo.

Il primo sciopero era fissato per lunedì 24 settembre. Le operaie sarebbero andate al lavoro come tutti i giorni, ma alle 12 in punto, al cambio turno, si sarebbero fermate, sarebbero entrati nella fabbrica i ragazzi del club del libro e, insieme, avrebbero scioperato. La fatidica mattina Angie era agitatissima, non aveva mai fatto qualcosa del genere e sentiva che qualcosa sarebbe andato storto, erano solo ragazzini alle prime armi alla fine, cosa ne sapevano del lavoro? Sandro guardava la piccola marziana proveniente dal futuro mettersi la divisa della Esposito S.r.l. e si riteneva davvero fortunato di averla incontrata. Era pura, ma non ingenua, di un’intelligenza spropositata e un grande cuore. Nessuna prima di lei era stata per lui una vera compagna. Le sue ex erano state solo bamboline e trofei da esibire con gli amici, mentre Angie gli teneva testa, ragionava, non si lasciava abbindolare, era una donna fatta e finita. Amava discutere con lei anche di argomenti seri, era una relazione alla pari. Voleva tanto sposarla, ma lei un giorno sarebbe tornata nel 2021 e lui avrebbe vissuto la sua vita negli anni Sessanta a Napoli. Non l’avrebbe più rivista. Non ci doveva pensare, c’era ancora tanto da fare prima del ritorno.

“Sei pronta?” le chiese avvicinandosi da dietro

“Due minuti e ci sono. Tu?”

“Sempre pronto all’azione!”

Rise. Nessuna sarebbe mai stata come lei.

Driiiiin! La campanella del cambio suonò e la fabbrica fu inondata da tantissimi ragazzi. Le operaie abbandonarono i loro compiti, salirono sui tavoli da lavoro e iniziarono a protestare. I sovrintendenti, disorientati, chiamarono il direttore, Ciro Esposito, niente di meno che il figlio del proprietario. Era un uomo senza scrupoli, noto per essere violento e intransigente. Entrò nella sala con una pistola e sparò. Il proiettile fece un piccolo foro nel soffitto e fece scendere, insieme ad un po’ d’intonaco, un silenzio tombale. Le donne erano atterrite e anche i ragazzi iniziavano a temere di aver esagerato e di aver messo in pericolo la loro vita e quella delle operaie. Non dovevano mollare, però.

“Non ci fa paura la sua pistola, sarà sempre più forte la nostra voce! Non mollate! Non pieghiamoci all’oppressore!” urlò Sandro e lo seguirono tutti i ragazzi.

Ciro puntò la pistola alla tempia di una giovane ragazza bionda “Smettetela di fare le rivoluzionarie, puttane, che qui ci scappa il morto. E voi piccoli figli di papà, smettetela di andare nelle fabbriche e impicciarvi degli affari altrui! Tornate ognuno ai propri compiti se non volete che faccia saltare la testa a questa bella biondina.” Molte operaie si sedettero e ripresero a lavorare. Anche Alba e Angie volevano arrendersi, ci avrebbero riprovato in seguito, ma Sandro non mollava.

“Sandro, ti prego, andiamocene. Abbiamo programmato altri scioperi, non ha senso rischiare la vita di una ragazza per cocciutaggine!”

“Angie, amore mio, sei tanto intelligente, ma le dinamiche di questo sporco mondo non le conosci. Io sì. Quando lavoravo in fabbrica ho visto tantissimi bastardi senza scrupoli togliere la vita a donne innocenti, non posso più vivere con la colpa di non essere intervenuto, devo agire”. Tirò fuori una pistola e la punto verso Ciro.

“Sandro, avevamo detto senza armi! Posala! Noi non siamo come loro, non usiamo la violenza per farci valere.” La vena sul collo del ragazzo pulsava convulsamente e la sua mira non si spostava di un millimetro.

“Ti supplico Sandro, fallo per me!”

“O la liberi o sparo!” minacciò il giovane, ignorando le suppliche dei compagni.

“Ora mi sono davvero stufato. Voi ragazzetti credete davvero che le vostre proteste cambieranno uno stile di lavoro che ha il doppio della mia e della vostra età messe insieme? Fate i seri! Mollate la pistola e non succederà nulla…”

Boom!

Ci fu un fuggi fuggi generale. Sandro aveva sparato al muro e Ciro, spaventato, aveva lasciato andare la prigioniera. Tutti ne avevano approfittato per scappare. Non era stato come la prima volta, in Vespa intendo. Angie non aveva aperto bocca neanche una volta, teneva il broncio. Perché doveva fare sempre il cretino? Quella volta aveva davvero esagerato, avrebbe potuto farli ammazzare! Con i boss non c’era da giocare…

“Siamo arrivati”

“Grazie”

“Senti, hai intenzione di parlarmi prima o poi o vuoi continuare a fare l’offesa per sempre?” 

“Non sono offesa”

“Sì che lo sei. È da quando siamo scappati dalla fabbrica che non mi parli e se avessi potuto, con me in Vespa non ci saresti neanche salita. Dai, parlami!” Sandro si era tolto il casco e i riccioli neri disegnavano tanti ghirigori sulla fronte bianco latte, incorniciandogli il viso. Era così dannatamente bello. Non doveva cedere! Si era comportato malissimo e lei non lo poteva accettare.

“Sandro, sei stato davvero un cretino! Che cosa ti è saltato in mente? Volevi farci ammazzare? Se si decide che non si portano armi, tu non porti armi, perché siamo un gruppo. Se volevi fare questa cosa da solo, non venivi con noi. E ora non dirmi che sono pazza e che devo calmarmi perché hai oltrepassato il limite e mi sento in dovere di dirtelo perché ci tengo a te e perché so che nessun altro lo farà. E non usare quella faccia, che mi irriti di più!” Si guardarono per un po’ negli occhi in silenzio

“Di’ qualcosa, ti prego! Non guardarmi e basta, dimmi che ne pensi! Parliamone! Perché hai portato una pistola? Cosa volevi dimostrare, eh? Che sei il più forte?”

“Volevo vendicarmi! Volevo vendicarmi dell’uomo che ha ucciso mia madre! Contenta adesso? Volevi vedermi così? No, non sono un cavolo di esibizionista. Voglio solo giustizia, Angie, e lo so che non avrei dovuto tirare fuori la pistola e non volevo farlo, ma quando ho visto Ciro mi è salito il sangue al cervello e non ci ho visto più. Scus…”

Ad Angelica era tornato nella gola quel nodo che le si era formato anche al funerale, probabilmente Sandro quel nodo ce lo aveva grande il doppio. Fece ciò che le riusciva meglio: lo abbracciò. Lo faceva sempre. Quando vedeva che qualcuno stava male o fingeva di stare bene, gli si avvicinava e lo abbracciava, cercando di dimostrargli che lei c’era, per qualsiasi cosa, sempre.

Dopo lo sciopero molte operaie si erano ritirate dal club, aiutate anche da un aumento di stipendio da parte di Ciro che, seppur esiguo, faceva comodo a tutte. Quelle che erano rimaste, tra cui Mariarosa, si erano mostrate favorevoli a continuare a lottare. Questa volta, però, avrebbero organizzato una manifestazione in centro, così tutti avrebbero potuto vedere e farsi un’opinione in merito alla vicenda.    

Gridavano e marciavano fiere le operaie accompagnate dai giovani intraprendenti del club. A vedersi quella manifestazione era un sospiro di sollievo, un urlo di libertà dopo tanto silenzio. Angelica era fiera di quello che erano riusciti a creare in poco tempo tutti insieme, sentiva che per la prima volta nella vita aveva fatto qualcosa di importante, qualcosa che contava. Era felice di poter cambiare la situazione, seppur nel suo piccolo. Sorrideva mentre guardava Sandro esibire con orgoglio il cartellone che la sera prima avevano preparato, era l’uomo perfetto per lei, non sarebbe stata con nessun altro che non fosse lui. Se ci pensava, le veniva l’ansia al pensiero di dover tornare nel suo tempo, ma non era di certo quello il momento di farsi venire l’ansia. Dopo una buona ora di presidio arrivò la polizia, seguita da Ciro Esposito e tutta la sua famiglia. Iniziarono a cercare di sgomberare la zona spintonando le donne della fabbrica e arrivando anche ad usare il manganello su quelle più restie. Quando Ciro vide anche i ragazzi tra la folla, iniziò a gridare come un forsennato di andare via. Li minacciava di fargli del male se non gli avessero dato ascolto. Angelica non vide bene quello che successe dopo, sentì solo un urlo squarciare l’aria tersa e molte persone scappare in direzioni disparate. Quindi vide Mariarosa accasciata a terra con una gamba piena di sangue, rannicchiata su sé stessa, gemente. Non fece neanche in tempo a connettere i neuroni del suo cervello che Sandro si scagliò su Ciro e gli sferrò un pugno in pieno viso. Era impazzito. Ciro lo colpì nello stomaco. Alba e Angie lo imploravano di arrendersi, ma Sandro era come posseduto da una furia che gli bruciava l’anima. Si appese al collo dell’avversario e cercò di colpirlo con i piedi.

Un altro sparo.

Sangue, sangue ovunque. Angie non vedeva altro che una grande pozza di sangue. Con gli occhi velati di lacrime si gettò vicino a Sandro “Sandro resisti, ti prego, abbiamo già chiamato un’ambulanza, è questione di secondi. Sandro guardami, ti supplico, sii forte. Fallo per me, fallo per Alba, fallo per te. Aggrappati alla vita!” Dalla bocca del giovane uscì soltanto un rantolo preoccupante. Angie piangeva e urlava come una matta, Alba con la mano destra si copriva la bocca incredula e piangeva sommessamente. Tutti gli altri erano andati via. Solo loro tre in una piazza costellata di striscioni abbandonati e macchiati di sangue.

Non erano stati giorni facili. Sandro se l’era vista molto brutta, ma per fortuna il proiettile non aveva intaccato organi vitali e ora cercava di riprendersi, seppur molto lentamente. Il club del libro di Napoli si riunì un’altra volta dopo la manifestazione. Durante l’incontro Angie aveva passato il tempo con gli occhiali da sole e lo sguardo basso, Alba aveva tentato di tirare su il morale a tutti, ma nessuno aveva più voglia di combattere. Erano a un punto morto. Le ore si susseguivano in completo silenzio, con la consapevolezza di aver fallito. Angelica si teneva impegnata facendo da infermiera a Sandro 24 ore su 24, ma alla sera prima di andare a letto pensava costantemente a quanto non fosse stata in grado di portare a termine neanche quel compito. Era inutile. Quel mondo aveva iniziato a farle schifo, come aveva mai potuto desiderare di vivere in quell’epoca? Se non fosse stato per Sandro se ne sarebbe volentieri tornata a casa.

“Ma, visto che la polizia sta dal lato degli oppressori per quanto riguarda il trattamento delle operaie, se facessimo in modo di far accusare Ciro di qualcos’altro, così che lo allontanino dalla fabbrica?” Era da giorni che Sandro non apriva bocca se non per mangiare e ringraziare Angelica per le sue cure. Per questo motivo, appena il ragazzo aveva parlato, tutti i ragazzi del club si erano girati verso di lui con la bocca aperta. “Ad esempio per cosa?” Angelica aveva la voce stanca, distrutta dalle continue preoccupazioni. “Mi sono ricordato che, mentre lavoravo in fabbrica, il mio capo parlava spesso di Ciro e di come smaltiva scorrettamente i rifiuti della Esposito S.r.l. e pensavo che avremmo potuto denunciarlo, così la fabbrica sarebbe stata riassegnata e avremmo potuto aiutare le operaie…” “Io so già chi ci può aiutare a recuperare le prove!” Alba probabilmente pensava ad Antonio, un ragazzo diventato da poco carabiniere e per cui già provava un profondo affetto. “Io, invece, ho in mente il sostituto perfetto per Ciro.” Angie finalmente sorrideva, la luce in fondo al tunnel le illuminava il viso.

Non fu difficile trovare il materiale sufficiente per incriminare Ciro: quell’uomo era molto più presuntuoso che furbo e tutte le sue bravate erano di dominio pubblico, ma sulla bocca di nessuno, se non dei suoi nemici. In meno di una settimana la polizia si mobilitò per tentare di arrestarlo, ma lui fu più veloce e riuscì a scappare all’estero. Ai ragazzi non importava davvero se Ciro fosse dietro le sbarre o su una spiaggia tropicale a sorseggiare un drink, ma che avesse lasciato la fabbrica senza direttore e anche senza proprietario, dato che anche il padre se l’era data a gambe levate. Ah, la libertà!

“Pronto per il suo primo giorno, signor direttore?” Angelica era raggiante in una nuvola gialla di raso e organza che metteva in risalto i ricci scuri. Sandro era irriconoscibile in giacca e cravatta sprigionando autorità e potere. 
“Sempre pronto all’azione, mio braccio destro!”

Risero. I loro volti erano riflessi nello specchio, maturi e innamorati.

“Sandro?”

“Dimmi”

“Tu sai quando dovrò tornare al mio tempo?”
“Angie, non voglio parlare di questo! Ti ho già detto che la profezia non diceva nulla a riguardo, quindi presumo che quando l’universo sarà soddisfatto del nostro operato e riterrà che abbiamo portato a termine la missione, ci penserà lui a riportarti a casa…”

“Non me ne voglio andare senza di te…”
“Abbiamo parlato anche di questo mi pare.”

“Ma non è vero che troverò qualcun altro! Nessuno nel mio tempo è come te! Guardati! Nessuno nel 2021 si mette la brillantina come fai tu e ti giuro che gli influencer su tiktok ci provano ma i risultati sono penosi”
“Dai Angie, parla chiaro. Lo sai che queste parole in inglese non le capisco.”
“Voglio dire che nessuno mi aveva mai guardata come fai tu: con rispetto, ammirazione, amore…mi mancherai troppo!” La ragazza affondò il volto grondante di lacrime nel candore della camicia del ragazzone. Incredibile! Così diversi e così simili allo stesso tempo.

Mentre sfrecciava tra le strade di Napoli, Angie non sapeva che quel viaggio in Vespa sarebbe stato l’ultimo, quando intravide il mare luccicante non sapeva che così blu non l’avrebbe più rivisto, quando scese dalla moto non sapeva che sarebbe stata l’ultima volta che le si sarebbe impigliato il vestito nelle scarpe di Sandro; solo quando salutò il suo amato direttore sentì dentro di sé che quello era l’ultimo abbraccio, l’ultima volta che sentiva il suo profumo, l’ultima risata insieme, l’ultimo bacio…

Fece appena in tempo a vederlo allontanarsi verso la fabbrica e a prendere al volo il bacio che lui le aveva mandato, prima di scomparire.     

Ripiombò come d’incanto nella cameretta della nonna. Vide per terra la famosa foto e capì finalmente tutto. Sorrise e fu grata a Dio per averle concesso dell’altro tempo con la nonna, per averle regalato un amore senza fine, che non avrebbe dimenticato mai. Era immersa nei suoi pensieri quando sua mamma bussò: “Angie tutto bene? Sei lì dentro da due ore! Li hai fatti gli scatoloni? Guarda che è arrivato un amico della nonna a prendere alcuni oggetti di quando era giovane per conservarli lui, sarebbe carino che venissi a salutarlo…”

“Arrivo, mamma!” Quando Angie uscì dalla stanza si trovò davanti un uomo dal viso ricoperto di rughe tra cui svettavano due occhi azzurro ghiaccio. Angelica non ci poteva credere… “Sandro!” gli gettò le braccia al collo. Sapeva di pipa e di umidità, ma aveva mantenuto il suo profumo di gel per capelli.

“Angie” gli sussurrò lui all’orecchio con tenerezza.

“Ma vi conoscete?”

“Una volta Alba ci ha presentati, ma in un’altra vita…”

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Capitolo terzo

Nel corso di questo capitolo Holden ci apre la porta sulla sua vita al college: qualche informazione sulla storia della Pencey, qualche riflessione sui suoi scrittori preferiti… poi arriva il ragazzo che sta nella stanza accanto alla sua, Ackley, e l’irritazione si impossessa di Holden.

Lo scambio di battute tra i personaggi è pungente, ma anche divertito, forse, in fondo in fondo, anche Holden è contento di avere un po’ di compagnia, mentre quasi tutti gli altri studenti partecipano ad una festa… All’improvviso arriva il suo compagno di stanza, Stradlater, che lo informa di essere in procinto di uscire con una ragazza. Il tono di Holden si fa di nuovo brusco…

Insomma, in questo terzo capitolo ci è permesso scoprire qualche altro aspetto del  protagonista, che sa essere anche serio e sensibile; anche se Holden è incerto su come gestire la propria vita, comprende il valore dei rapporti umani.

Valentina Colombo dona la voce a Holden Caulfield

Bianca Tettamanti dona la voce ad Ackley

Sofia Petito dona la voce a Stradlater

Accompagnamento musicale proposto

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La morte tirò per loro

Foto di Sara Zuliani

Il passo scelto è tratto dal romanzo di Margaret Mazzantini Venuto al mondo (2008), in cui viene raccontata la vita di Gemma, la protagonista, dal giorno dell’incontro con l’amore della sua vita, che avviene in Bosnia, nel 1984 a Sarajevo, e la nascita del figlio Pietro, venuto al mondo proprio durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina (1992-1995). La storia di Gemma avrà quello che possiamo definire un “lieto fine”, anche se – purtroppo – non per tutti i protagonisti del romanzo è così. La loro tragedia è raccontata anche attraverso i ricordi e le emozioni di un grande amico di Gemma, il bosniaco Gojko, figlio di Mirna e fratello maggiore di Sebina, che moriranno poco prima della fine dell’assedio della città. 

Sara Zuliani dona la voce a Gemma

Maria Chiara Tomasicchio dona la voce a Gojko 

Demetra Mattiroli dona la voce a Pietro

Matilde Testa dona la voce alla poesia di Gojko

Suggerimento di ascolto

Miss Sarajevo, testo e musica dei Passengers ( U2 e Brian Eno), accompagnati da Luciano Pavarotti

Three Letters from Sarajevo, di Goran Bregović

Suggerimenti di lettura

Joe Kubert, Fax da Sarajevo, Mondadori Comics, 1999

Fax da Sarajevo di Joe Kubert, una testimonianza della guerra in Bosnia

Z. Filipović, Diario di Zlata, Rizzoli, 1993

Sarajevo Debelo Brdo di Julian Nyča
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Capitolo secondo

《 La sua porta era aperta, ma io bussai un pochino lo stesso, tanto per far l’educato e cosí via. L’avevo anche visto, oltre tutto. Stava seduto in una grande poltrona di pelle, tutto arrotolato in quella coperta che vi ho detto prima.  Quando bussai mi guardò. – Chi è? – gridò. – Caulfield? Vieni,  figliolo -. 》


Il secondo capitolo si apre con la visita di Holden al vecchio e malato professor Spencer, che, nonostante l’età avanzata, ha suscitato nel ragazzo  un moto di simpatia, forse anche di affetto. Tuttavia, anche se durante l’incontro, il professore si mostra seriamente preoccupato per il futuro di Holden, la pena che inizialmente il ragazzo prova si trasformano pian piano in fastidio e poi in irritazione. Holden si pente di essersi recato a casa del suo insegnante e cerca di liberarsi al più presto, fantasticando dentro di sé sul suo imminente ritorno a New York…

Isabella Malatrasi dona la voce a Holden 

Samuel Cafasso dona la voce al professor Spencer

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I gufi e gli angeli

«L’universo non ha un centro,
ma per abbracciarsi si fa cosí:
ci si avvicina lentamente
eppure senza motivo apparente,
poi allargando le braccia,
si mostra il disarmo delle ali,
e infine si svanisce,
insieme,
nello spazio di carità
tra te
e l’altro».

Chandra Livia Candiani, da La bambina pugile, ovvero La precisione dell’amore, Einaudi, 2014

Skellig è il romanzo d’esordio di David Almond, edito per la prima volta in Inghilterra nel 1998. Racconta una storia curiosa: la storia di Michael, un ragazzino che, con l’aiuto di una vicina, del cibo cinese e della birra scura, dona nuova vita a un essere malridotto e singolare di nome Skellig, un uomo stanco di vivere, malato di artrite, ma dotato di ali. Non si sa chi sia né da dove venga, ma si sa che dietro un aspetto ripugnante nasconde un animo profondo e  buono, in grado di dare forza a chi lo circonda, di farlo sognare e volare con le sue ali. 

Quella di Michael e Skellig è una favola moderna, che non ha bisogno di dimostrare niente a nessuno, non gioca sui colpi di scena né su antagonisti carismatici: è solo la normalissima storia di un uomo che guarisce dall’artrite e da non si sa bene quale passato con l’aiuto di alcuni amici. Il romanzo non nasconde le difficoltà della vita: la sorellina del protagonista, Mina, è malata di cuore e Skellig ha l’artrite, ma non c’è nessuno a cui dare la colpa. Del resto, la ricerca di un colpevole per qualsiasi cosa è un’azione infantile e l’autore vuole essere un maestro per i suoi lettori, che sono sì dei bambini, ma che prima o poi cresceranno e si porteranno nel cuore tante domande destinate a restare senza risposta e tante difficoltà che non potranno essere imputate a nessuno.

Non ci viene spiegato nulla di superfluo di quello che succede: sappiamo che Skellig e la sorellina di Michael sono malati e sappiamo che – alla fine – guariscono, nel corpo e nell’anima. Sappiamo che prima Michael si sente solo e poi non più. Non conosciamo il superfluo perchè non ci deve importare di null’altro che delle emozioni dei personaggi, di come essi crescano imparando ad amarsi l’un l’altro, come si impara da piccoli a camminare, o, nel caso della sorellina del protagonista, a far battere il proprio cuore.

Sono convinta che questo libro vada letto da bambini per imparare a familiarizzare con l’idea che anche dopo che si sarà cresciuti andrà bene farsi aiutare da qualcuno a rinascere, che anche da grandi sarà possibile volare e amare. Ma penso che vada letto anche da adulti, per ricordarsene e lasciarsi cullare da questa consapevolezza.

Foto della copertina del volume, di Maria Chiara Tomasicchio (libro e foto!)

1984

Il romanzo 1984 è stato scritto da George Orwell nel 1948: l’autore, un socialista che credeva nei diritti umani e nelle libertà individuali, dipinge un futuro indefinito e fantasioso, in cui il mondo è diviso in tre stati continuamente in guerra tra loro, e mostra il pericolo che si cela dietro ad un governo totalitario. Orwell, infatti, aveva assistito di persona all’instaurazione di regimi totalitari in Spagna e in Unione Sovietica: senza dubbio il libro contiene dei riferimenti a questi due Paesi, ma anche al regime totalitario messo in atto da Hitler in Germania. 

Winston, il protagonista, vive a Londra, in Oceania, una delle tre superpotenze continentali nate dopo un’ipotetica guerra mondiale: qui i cittadini sono costantemente sottoposti al controllo strettissimo del cosiddetto Grande Fratello, che li osserva costantemente attraverso dei teleschermi. In questo modo,  tutti coloro che non concordano con l’ideologia del governo, vengono individuati e puniti. Anche se Winston lavora al Ministero della Verità, si accorge presto che il potere inganna i cittadini con notizie false: comincia così la sua ricerca di verità, nel tentativo di trovare un modo per ribellarsi al Partito. Poco tempo dopo, tuttavia, viene arrestato: in prigione il protagonista cerca di riconvertirsi all’ideologia del Partito nella speranza di non venire ucciso…

Valentina Colombo dona la voce al narratore 

Bianca Tettamanti dona la voce a Winston Smith

Samuel Cafasso dona la voce a O’Brien

Riflessione a cura di Valentina Colombo

Segnaliamo, perché in qualche modo legati allo stesso tema,  il film di Florian Henckel von Donnersmarck, Le vite degli altri (2006), ambientato nella ex DDR e il saggio di Michel Foucoult, Sorvegliare e punire, del 1975 e pubblicato in Italia da Einaudi. 

Piccole, grandi donne

Il passo scelto è tratto dal romanzo Piccole donne, di Louisa May Alcott (1869), in cui viene raccontata la vita travagliata delle quattro sorelle March, Meg, Jo, Beth e Amy durante la guerra di Secessione americana. Le ragazze dovranno apprendere come funziona il loro mondo e capire che ruolo vogliono ricoprire al suo interno, dovranno imparare ad essere “piccole donne”.   

Il brano è accompagnato da una riflessione sulle grandi donne del passato, paragonate alla giovane protagonista, Jo March

Eleonora Bianchi dona la voce a Jo 

Bianca Tettamanti dona la voce a Beth e a Meg

Samuel Cafasso dona la voce al narratore

Valentina Colombo dona la voce a Amy e alla signora March

Riflessione a cura di Eleonora Bianchi

Mosaico Dantesco

L’ ADI-DS, la sezione didattica dell’ Associazione Degli Italianisti, ha proposto ai propri membri e più in generale alle scuole italiane di collaborare alla realizzazione di un “videomosaico” dantesco, in occasione del settecentesimo anniversario della morte di Dante. La classe V B del corso scientifico del nostro Liceo è riuscita ad entrare nel novero dei 100 gruppi a cui è stato affidato il compito di realizzare un breve video (di massimo tre minuti) in cui la breve sintesi del canto fosse accompagnata da una parola che lo potesse rappresentare, dalla lettura di almeno cinque terzine e da alcune immagini evocative del canto. Tra i protagonisti lettori ci sono @sarazul02 e @samuelcafasso, entrambi lettori nel nostro gruppo: ve lo proponiamo in questa pagina in anteprima. Il canto che ci è stato affidato è il XII del Paradiso, che ha per protagonista indiretto San Domenico di Calaruega, il cui elogio viene cantato dal francescano Bonaventura da Bagnoregio, mentre gli spiriti sapienti danzano in cerchio intorno a Beatrice e a Dante, che li paragona a “sempiterne rose”

Per chi volesse invece visionare il progetto completo, ecco il link alla pagina del sito

https://www.italianisti.it/adi-sd/centenario-dantesco

L’ALTRA FRONTIERA

Lo scorso 11 dicembre ha avuto inizio il progetto #GenerazioneEU, organizzato dall’Università Bocconi e da “La Repubblica”, in collaborazione con la Rappresentanza italiana della Commissione Europea e l’Ufficio in Italia del Parlamento Europeo, rivolto a studenti e studentesse delle scuole superiori italiane, che sono stati coinvolti in attività di divulgazione e di impegno in relazione all’Europa e all’essere cittadini europei. I ragazzi e le ragazze, attraverso la piattaforma Repubblica@scuola sono stati impegnati in contest redazionale e ad un video-corso online. 

Partendo dal discorso sullo Stato dell’Unione 2020, gli studenti partecipanti al contest – da soli o in gruppo – hanno scritto un elaborato in uno dei seguenti format:

  • lettera indirizzata all’Europa
  • articolo giornalistico
  • campagna di Instagram

Il secondo posto assoluto nella categoria “articolo giornalistico” è stato meritato da Isabella Bulatović, studentessa del nostro Liceo, che ha partecipato con un testo dedicato al tema della migrazione nel contesto della Comunità Europea. Qui il testo del suo articolo, in attesa di poterla intervistare!


Se, da una parte, è vero che il fenomeno migratorio ha sempre avuto la lampante quanto indiscutibile caratteristica dell’inarrestabilità, d’altro canto è altrettanto vero che, pur essendo a tal punto “prevedibile”, trovarvi una soluzione equanime si è costantemente rivelato un ostacolo non da poco.

In particolare, la cosiddetta questione dell’“immigrazione clandestina” – oltre che essere uno dei più amati oggetti di pubblica polemica – è anche uno dei problemi che più anima il dibattito europeo. E mentre le divergenti posizioni in riguardo rendono la discussione sempre più accesa e contorta ci si rende conto che, quella dell’immigrazione extra-EU, è una situazione che necessita al più presto di una risposta, tanto pronta quanto efficace.

Per andare dritti al dunque semplificando il dibattito, si potrebbe procedere secondo un’analisi, per così dire, “cartesiana”: il districamento del “quesito contorto” in “più semplici e numerosi quesiti”, di per sé dunque più abbordabili. Ne deriverebbe a questo punto una duplice scansione del fenomeno migratorio, diviso in problema a breve termine e problema a lungo termine.

Nel primo viene messa a fuoco la questione “immediata”: gli sbarchi, la conseguente riorganizzazione dello Stato ospitante. Riorganizzazione che dev’essere naturalmente il più reattiva possibile. Il problema a breve termine riguarda dunque un’adeguata accoglienza degli immigrati, la loro identificazione e l’eventuale ricongiungimento con i familiari, l’assegnazione di un alloggio e di un lavoro e l’integrazione nella comunità europea. Sullo sfondo, possibilmente non troppo fuori fuoco, la dignità e il rispetto della persona. Frontalmente, il problema a lungo termine riguarda tutte le implicazioni, per l’appunto, più “graduali”. La questione consta, principalmente, nell’individuazione e nel sistematico sanamento dei motivi primari che spingono i migranti extraeuropei ad abbandonare il proprio paese: detto più terra-terra, l’universale logica dell’“Aiutiamoli a casa loro”. Stiamo dunque parlando, per esempio, della leva militare obbligatoria (maschi e femmine dagli undici anni in su) imposta dalla presidenza Afewerki – che spiega come mai, il 13 ottobre 2013, il 90% dei naufraghi era eritreo; oppure, qualora se ne volesse parlare in una linea non così specifica, si potrebbe citare l’accaparramento di vaste zone a carico di speculatori ambientali, la mancanza di fondi per contrastare le conseguenze dei cambiamenti climatici o, ancora, le persecuzioni etnico-religiose. Ma stiamo parlando anche dello schiavismo precapitalistico del caporalato nei campi di pomodori della Capitanata italiana (e non solo); della cancrenosa politica di propaganda contro il migrante, che non manca, spesso e volentieri, di sfociare nel razzismo più tossico. E stiamo parlando, non ultimo, delle (possibili?) implicazioni derivate dal mercato europeo delle armi, le cui esportazioni – stando alla 17^ relazione annuale del Senato della Repubblica, 03/2016 – “autorizzate dagli Stati membri nel 2014 sono state pari a 98,4 miliardi di EUR”. Armi sulle cui destinazioni ci sarebbe da interrogarsi…

Ora, paradossalmente a quanto potrebbe sembrare, risolvere le problematiche rilevate attraverso l’analisi del “problema a lungo termine” di per sé non costituirebbe un grande ostacolo: basterebbe infatti stanziare un fondo specifico europeo (con obbligo di finanziamento annuale in relazione al prodotto interno lordo di ogni stato membro) mirato all’investimento per lo sviluppo dei paesi di provenienza dei migranti. Naturalmente accertandosi che vengano spesi a tal fine, e non per finanziare chi meglio si dedica alla soppressione della migrazione o ai rimpatri. Tali condizioni rispettate, anche se non ci porterebbero alla totale risoluzione del problema, ci farebbero comunque fare un enorme passo avanti. Migliorando, allo stesso tempo, la vita di milioni di persone.

D’altro canto, più complicato sarebbe invece risolvere le implicazioni del “problema a breve termine”. Ed è forse qui che, nei termini più assoluti, entra in gioco il “Principio di Solidarietà” enunciato dal Parlamento Europeo (art. 80 TFUE): perché quanto velato dal problema a breve termine è anche ciò che più tende ad allargare la frattura tra il Nord- Europa e i cosiddetti “PIGS”. Portugal, Italy, Greece and Spain costituiscono, ma guarda

il caso, le quattro frontiere geografiche contrapposte alla migrazione. Paesi che, continuamente, accusano l’Europa di essere lasciati soli a fronteggiare i milioni di profughi che, ogni anno, cercano di varcare i confini. Accuse, forse, infondate; ma che riflettono appieno quella voragine, o meglio, quell’altra frontiera, che ancora tiene separati “Nord e Sud”. Ed è chiaro che, se nelle fondamenta non ci si sente uniti – o, peggio, non lo si è proprio –, risolvere un problema come l’immigrazione irregolare e clandestina può diventare qualcosa di incredibilmente, vertiginosamente difficile. Se non, purtroppo, qualcosa di utopico e impossibile.

di Isabella Bulatovic