“Il grande ritratto” Reading per Dino Buzzati

Oggi, 23 novembre il gruppo di lettura ad alta voce del Liceo, in formazione variabile, costituita da Lara Liberti (III CD), Laura Casartelli (IV CB), Margot Cavallini (III CD), Marta Menafra (V SA) Matilde Roda (IV CD), Sofia Menafra (II SB) hanno recitato per le classi impegnate nel “Percorso Buzzati” il reading dedicato all’autore bellunese presentato lo scorso 16 settembre in occasione di “Parolario 2022”.

Le classi impegnate nel progetto, prima di incontrare il curatore di moltissime opere buzzatiane, Lorenzo Viganò, avranno modo di leggere e discutere con i loro insegnanti il romanzo Il grande ritratto, del 1960, in cui Buzzati realizza un testo fantascientifico sul ruolo della tecnologia nella conservazione del ricordo. Per l’occasione.

Grazie alle proff. Laura Benatti, Laura Bianchi, Claudia Gandini, Domitilla Leali, Elisa Roncoroni, Alessandra Sciarra e ai proff. Gianluigi Colombo, Giuseppe Di Blasi, Ermanno Vita, che hanno donato la loro voce per la realizzazione di un audiolibro del romanzo, che a breve sarà pubblicato anche sul nostro canale Spotify.

Il giovane Holden, capitolo VI

<<Ero maledettamente in pensiero, ecco perché. (…) Se conosceste Stradlater sareste stati in pensiero anche voi. Sono uscito un paio di volte con quel bastardo e due ragazze, e so quello che dico. Era senza scrupoli. Proprio così. >>

Holden, preoccupato per l’appuntamento di Jane con l’odiato Stradlater, aspetta il ragazzo in camera. Una volta rientrato, Stradlater si lamenta del tema che il compagno gli ha scritto e che finisce poi nel cestino della carta, mentre il protagonista cerca di recepire più informazioni possibili sull’uscita, fino a quando…

Matilde Roda dona la voce a questo episodio

Il giovane Holden, capitolo V

“Dopo che se n’era andato, mi misi il pigiama, la vestaglia e il mio vecchio berretto da cacciatore e cominciai a fare il tema. Il guaio era che non mi riusciva di pensare né a una stanza né a una casa né a niente da descrivere, come mi aveva detto di fare Stradlater. Non è che descrivere le stanze e le case mi mandi in estasi, comunque. Sicché andò a finire che feci il tema sul guantone da baseball di mio fratello Allie.”

Holden, dopo una serata passata al cinema tra hamburger e biliardino automatico con Brossard e Ackley, pone fine all’ozio e si dedica alla stesura del tema descrittivo assegnatogli da Stradlater. 

Non sapendo cosa descrivere, decide di concentrarsi sul guantone da baseball del fratello Alley, che riporta alla memoria….

Laura Casartelli, Matilde Roda e Marta Menafra donano la voce a queste toccanti parole.

Il Giovane Holden, capitolo IV

“Io e lei giocavamo sempre a dama.

Giocavate sempre a cosa?

A dama.

A dama, Cristo!

Eh, sì. E lei le sue dame non le muoveva mai. Quando faceva una dama, non la muoveva, la lasciava nella fila dietro. Se le teneva tutte schierate in ultima fila. Mai una volta che le usasse. Le piaceva vedersele lì tutte in fila.”

Tra il caldo mortale e le finestre appannate del bagno della Pencey incontriamo uno Stradlater impegnato a farsi la barba canticchiando malamente una canzone del tempo e un Holden, forse un po’ irritato, forse un po’ annoiato, costretto a cedere alla richiesta dell’amico di preparare per lui un compito di inglese. Poi, una scintilla. La nuova fiamma di Stradlater sembra essere proprio quella Jane che Holden ricorda tanto teneramente: il golf, l’estate, l’ambiguo comportamento del compagno della madre, le dame; quelle dame schierate sempre in ultima fila e mai utilizzate; un ricordo tanto vivo e sentito che permette a Holden di concedersi forse un poco di nostalgia e sensibilità. Incombono però l’appuntamento di Stradlater, il tema di inglese, l’arrivo di Ackley…

Giulia Gelain e Micol Bassi donano la voce a Holden e Stradlater

Proposte di lettura a.s. 2021-2022

Durante l’incontro del 7 aprile, ciascuno dei componenti e delle componenti del gruppo di lettura ha proposto un libro da leggere insieme e registrarne l’audiolibro. Queste sono le idee che sono venute fuori nell’ultimo incontro!

Domitilla Leali, Medea di Christa Wolf

L’autrice, vissuta nella Repubblica Democratica Tedesca (DDR), dedica alcune sue opere a eroine del mondo classico, in particolare a Cassandra e a Medea, raccontando il loro mito secondo una nuova prospettiva.  Medea si presenta come un libro particolarmente interessante per il contenuto e adatto alla lettura per la sua forma: è infatti articolato in più capitoli, ciascuno dei quali esprime il pensiero di uno dei personaggi protagonisti della vicenda (Medea, Giasone, Glauce, la nutrice,…), dalla cui coralità chi legge può ricostruire una versione del mito differente da quello consacrato da Euripide, che vede in Medea, folle d’amore, arrivare ad uccidere i suoi filgi pur di vendicarsi dell’offesa subita da parte di Giasone, che la ha abbandonata per sposare la figlia del re di Corinto e diventare così re della città. Medea, nella versione della Wolf, non uccide i suoi figli, che ama teneramente: i ragazzi sono invece uccisi dagli abitanti di Corinto, che con questo atto scellerato mettono in atto una strategia deliberata per far ricadere la colpa sulla donna, isolarla e condannarla a una solitudine ancora più radicale di quella in cui l’hanno rinchiusa fino a quel momento: isolata perché donna, perché straniera, perché ‘altra’. In questo sta la grandezza di questa rilettura di un grande classico, che costituisce un’interessante occasione di lettura coralmente condivisa. 

Matilde Roda, Conversazione in Sicilia di Elio Vittorini

“Conversazione in Sicilia”, pubblicato nel 1941, è un romanzo antifascista, e per questo il linguaggio utilizzato è cifrato, oscuro e simbolico. Il protagonista è Silvestro, un uomo di circa 30 anni che abita a Milano e che si definisce “in preda ad astratti furori”. Egli, in seguito a una lettera del padre, decide di andare a trovare la madre Concezione, la quale abita in un paesino chiamato Neve in Sicilia. Durante questo viaggio e durante il periodo passato con la madre, Silvestro incontra i personaggi più disparati e, osservandoli e parlando con loro, riscopre se stesso e la Sicilia, terra povera e a tratti oscura. Allo stesso tempo Elio Vittorini ci mostra gli effetti e le contraddizioni del regime fascista. 

Camilla Caldarelli, Il vecchio che leggeva romanzi d’amore di Luis Sepulveda

Il romanzo, pubblicato nel 1989, narra la vecchiaia di Antonio José Bolivar Proano, passata in una capanna sulla riva del grande fiume insieme alla fotografia sbiadita di sua moglie e ai ricordi della sua vita passata di colono bianco ai margini della foresta amazzonica ecuadoriana. Antonio decide di vivere in sintonia con i ritmi della natura e nel rispetto delle creature che la popolano. Inoltre, sarà proprio il protagonista colui che porterà a termine il compito spiacevole di uccidere il tigrillo, il felino che vendica su qualsiasi uomo il dolore per l’uccisione dei suoi cuccioli. Lo scontro tra l’uomo e l’animale, tra la vita e la morte, si carica di un significato simbolico: il felino diventa emblema del senso di colpa collettivo che tormenta le coscienze di coloro che si trovano davanti alla natura ferita. In questa dinamica di denuncia, però, risalta la natura speranzosa di Bolívar che sogna nel momento in cui legge i suoi adorati romanzi d’amore.

Elisabetta Bianchi, Io e te di Niccolò Ammaniti

Io e te, pubblicato nell’ottobre 2010, è un romanzo di formazione che racconta la storia di un ragazzo che si sente diverso da tutti i suoi compagni e amici, ma non ha il coraggio di dirlo perché ha l’idea che se dovesse capitare, diventerebbe realtà. Per mascherare la sua “diversità” dice alla madre di essere stato invitato a fare la settimana bianca con i suoi compagni di scuola quando in realtà passerà la sua vacanza nella cantina di casa sua senza che nessuno lo sappia, ma a metà della settimana, quando sembrava tutto andare per il verso giusto, una ragazza si presenterà in cantina da Lorenzo e qui dovrà iniziare ad affrontare diverse complicanze per poi scoprire una cosa che gli cambierà la vita.

Laura Casartelli, Dio di Illusioni di Donna Tartt

Dio di illusioni è stato pubblicato nel 1992, nel periodo in cui la scrittrice, Donna Tartt, frequentava l’università di Bennington nel Vermont, da cui prende ispirazione per l’ambientazione del suo primo romanzo. All’Hampden College, una prestigiosa università del Vermont, Richard, Henry, Francis, Bunny, Charles e Camilla fanno parte di una vera e propria élite, poiché sono gli unici a seguire le lezioni di Julian Morrow, eccentrico professore di greco antico che insegna al di fuori delle regole accademiche imposte dall’università e solamente a una cerchia ristretta di studenti. Il piccolo gruppo passa le giornate tra alcol, cene di lusso, sostanze stupefacenti, compiti di greco, feste, fine settimana in campagna e giochi pericolosi, fino a quando non succede qualcosa di terribile, che verrà celato con un crimine ancora più spietato…

Micol Bassi, Le lacrime di Nietzsche di Irvin D. Yalom 

Nella Vienna ottocentesca fin de siècle si incontrano, secondo un piano dapprima magistralmente architettato, un medico ebreo e un pensatore divorato da una sofferenza estrema, che prende le forme talvolta di emicrania, talvolta di parziale cecità, altre volte ancora di febbre e nausea. Ogni visita diviene una interminabile partita di scacchi, nella quale a sfidarsi sono i tentativi, da parte del dottor Josef Breuer, di scavare a fondo nell’animo del paziente, per estrapolarne una diagnosi, puntualmente confutati dalle mosse di un Friedrich Nietzsche sempre più chiuso e restio a raccontarsi. Eppure, è proprio questa nuova forma di cura che, a dispetto di ogni premessa, da questi due uomini, solo in apparenza tanto diversi, viene scoperta, affinata e perseguita nel corso del romanzo: il racconto di sé e il dialogo; guardarsi dentro e descrivere a qualcuno di esterno quanto vi si scorge. Allora, ecco che Nietzsche non è più solo paziente né Breuer solo medico: viene a instaurarsi un rapporto tanto profondo in cui l’uno cerca nell’altro qualcosa che possa salvarlo; magari anche solo una parola. “Caro amico” sarà l’ultimo appellativo che Breuer rivolgerà a Nietzsche e sarà proprio questa denominazione, insieme tanto sofferta e tanto rincorsa, a liberare finalmente le lacrime del filosofo. Perché raccontarsi in questo modo, rivelarsi, cioè, in tutta la propria disperazione e solitudine, comporta, eccome, del dolore, ma sa anche rendersi prerogativa necessaria per lasciarsi toccare, lasciarsi curare e darsi la possibilità di scegliere e amare il proprio cammino.

La mite

Questo passo mi ha colpito dal primo momento in cui l’ho letto. A mio parere, rappresenta la volontà di essere capito e compreso, ma senza la necessità di spiegarsi.

C’è un urgenza da parte dell’autore di far intendere la sua vera natura, la quale però non trova le parole adatte per esprimersi e quindi preferisce rimanere inespressa, taciuta, ma con la speranza di non essere fraintesa. Il silenzio a volte, però, se protratto troppo a lungo, viene colmato con le parole degli altri; sono queste, false e talvolta meschine, che fanno rivoltare e disperare l’uomo, che ancora una volta, nonostante questo, si richiude in sè stesso, sfogando la sua rabbia nella mente e pronunciando parole silenziose che rimangono confinate a sé stesse.

Tutti nella vita ci troviamo ad essere miti, a non riuscire a spiegare come vorremmo ciò che pensiamo e questo crea frustrazione, che ci porta ad additare la colpa a chi i nostri silenzi non riesce a comprenderli e a decifrarli, vorremmo che tirassero a indovinare senza sbagliare, ma questo non è altro che una copertura che utilizziamo per nascondere le nostre ferite.

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I nottambuli, Edward Hopper

Uno, nessuno e centomila

Con soltanto questo breve passo Pirandello riesce a farci avere un’illuminazione. Riesce a metterci di fronte a una verità di cui probabilmente eravamo sempre stati perfettamente consapevoli ma che avevamo tenuto sopita al fine di non impazzire. Il bello è che si tratta di un concetto tutto sommato molto divertente su cui ragionare: l’immagine che noi abbiamo di noi stessi è differente da quella che gli altri hanno di noi, pertanto anche il modo che noi abbiamo di vedere gli altri è differente da quello in cui loro percepiscono sé stessi.

In queste poche righe si racchiude il nocciolo della questione eterna della domanda sull’identità. Su che cosa si fonda? Come viene definita? La risposta che sembra dare l’autore è, pare, che l’identità non esista. Quindi in un volume dal tono abbastanza leggero si arriva a parlare di argomenti filosofici che in realtà non potranno mai trovare una risposta univoca, come anche la questione dell’inconsistenza delle parole.

In questo, ossia nella leggerezza e allo stesso tempo il grottesco con cui si scivola nella filosofia, sta la bellezza di Uno, nessuno e centomila.

@mariachiaratomasicchio

Kafka sulla spiaggia

Questo passo è tratto dal romanzo Kafka sulla spiaggia di Haruki Murakami, nel quale viene narrata la storia di Tamura Kafka, un ragazzino che il giorno del suo quindicesimo compleanno scappa di casa, e quella di Nakata, un sessantenne che ha perso la memoria e  parla con i gatti. Le due storie si intrecceranno, e infatti, grazie all’incontro tra i due, tutte le cose torneranno al loro posto. 

Ho scelto questo passo poiché a volte capita di provare paura davanti alle difficoltà, questo in alcuni casi porta all’isolamento, che spesso causa uno stato di immobilità, che, però, invece di aiutarci nell’ affrontare la realtà, peggiora solo la situazione. Bisognerebbe avere la forza di reagire davanti alle proprie difficoltà senza chiudersi in se stessi, rischiando di  sprofondare in una dimensione in cui non si riesca più a uscire. 

Questo non succede solo con i nostri problemi ma anche con quelli degli altri, molte volte capita che davanti al grido di aiuto di qualcuno ci si giri dall’altra parte facendo finta di non sentire, abbandonando gli altri ai loro problemi ignorando le loro difficoltà. 

In questi casi l’unica soluzione è proprio aprire gli occhi.

@martamenafra

Discorso di Patch Adams agli studenti

Questo testo, che è un estratto dal discorso di Patch Adams ai suoi studenti nell’omonimo film, ho voluto raccontarlo perché rappresenta molto l’atteggiamento che si deve avere quando si studia quello che si vuole fare nella vita: non bisogna mai cercare solo la soddisfazione del buon voto, ma bisogna anche essere curiosi, vivere quello che si sta facendo con stupore e non smettere mai di imparare. In questo caso si sta parlando di medici, e quindi è anche utile collegarlo agli ultimi due anni di pandemia, dove i medici e gli infermieri hanno combattuto e fatto tutto il possibile per fare il proprio lavoro e salvare miliardi di vite, mentre eravamo “nella tempesta”, in un momento drammatico per tutti noi. Ci insegna anche a credere nel migliorare sé stessi e migliorare la qualità della vita in quello che si sta facendo, perché la scienza ci aiuta a guardare il mondo con uno sguardo sempre nuovo, nutrendosi delle proprie esperienze e facendo tesoro di quello che si impara, potendo così applicarlo per dare un contributo al benessere di tutti.

Sostiene Pereira

Il passo scelto è tratto dal romanzo di Antonio Tabucchi, Sostiene Pereira”, edito da Feltrinelli nel 1994.

Il libro è ambientato a Lisbona nel 1938 e ha come protagonista Pereira, un giornalista con una lunga carriera nella cronaca nera. Al tempo della narrazione, egli lavora alla pagina culturale del Lisboa, un giornale pomeridiano di recente fondazione.

Pereira è un uomo abitudinario, malato di cuore, pingue, privo di ambizioni e ossessionato dalla morte. Nel corso del romanzo, però, il giornalista prende coraggio e sconvolge la sua esistenza passiva e monotona. In particolare, il brano selezionato descrive un momento della giornata passato da Pereira alle terme di Buçaco. Queste righe sono significative della grande capacità di caratterizzazione dei personaggi di Tabucchi. Infatti, dalla descrizione accurata e ricca di particolari delle situazioni in cui Pereira si trova, si esplicitano le sfumature del suo carattere e il suo modo di pensare.

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