La morte tirò per loro

Foto di Sara Zuliani

Il passo scelto è tratto dal romanzo di Margaret Mazzantini Venuto al mondo (2008), in cui viene raccontata la vita di Gemma, la protagonista, dal giorno dell’incontro con l’amore della sua vita, che avviene in Bosnia, nel 1984 a Sarajevo, e la nascita del figlio Pietro, venuto al mondo proprio durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina (1992-1995). La storia di Gemma avrà quello che possiamo definire un “lieto fine”, anche se – purtroppo – non per tutti i protagonisti del romanzo è così. La loro tragedia è raccontata anche attraverso i ricordi e le emozioni di un grande amico di Gemma, il bosniaco Gojko, figlio di Mirna e fratello maggiore di Sebina, che moriranno poco prima della fine dell’assedio della città. 

Sara Zuliani dona la voce a Gemma

Maria Chiara Tomasicchio dona la voce a Gojko 

Demetra Mattiroli dona la voce a Pietro

Matilde Testa dona la voce alla poesia di Gojko

Suggerimento di ascolto

Miss Sarajevo, testo e musica dei Passengers ( U2 e Brian Eno), accompagnati da Luciano Pavarotti

Three Letters from Sarajevo, di Goran Bregović

Suggerimenti di lettura

Joe Kubert, Fax da Sarajevo, Mondadori Comics, 1999

Fax da Sarajevo di Joe Kubert, una testimonianza della guerra in Bosnia

Z. Filipović, Diario di Zlata, Rizzoli, 1993

Sarajevo Debelo Brdo di Julian Nyča

Capitolo secondo

《 La sua porta era aperta, ma io bussai un pochino lo stesso, tanto per far l’educato e cosí via. L’avevo anche visto, oltre tutto. Stava seduto in una grande poltrona di pelle, tutto arrotolato in quella coperta che vi ho detto prima.  Quando bussai mi guardò. – Chi è? – gridò. – Caulfield? Vieni,  figliolo -. 》


Il secondo capitolo si apre con la visita di Holden al vecchio e malato professor Spencer, che, nonostante l’età avanzata, ha suscitato nel ragazzo  un moto di simpatia, forse anche di affetto. Tuttavia, anche se durante l’incontro, il professore si mostra seriamente preoccupato per il futuro di Holden, la pena che inizialmente il ragazzo prova si trasformano pian piano in fastidio e poi in irritazione. Holden si pente di essersi recato a casa del suo insegnante e cerca di liberarsi al più presto, fantasticando dentro di sé sul suo imminente ritorno a New York…

Isabella Malatrasi dona la voce a Holden 

Samuel Cafasso dona la voce al professor Spencer

I gufi e gli angeli

«L’universo non ha un centro,
ma per abbracciarsi si fa cosí:
ci si avvicina lentamente
eppure senza motivo apparente,
poi allargando le braccia,
si mostra il disarmo delle ali,
e infine si svanisce,
insieme,
nello spazio di carità
tra te
e l’altro».

Chandra Livia Candiani, da La bambina pugile, ovvero La precisione dell’amore, Einaudi, 2014

Skellig è il romanzo d’esordio di David Almond, edito per la prima volta in Inghilterra nel 1998. Racconta una storia curiosa: la storia di Michael, un ragazzino che, con l’aiuto di una vicina, del cibo cinese e della birra scura, dona nuova vita a un essere malridotto e singolare di nome Skellig, un uomo stanco di vivere, malato di artrite, ma dotato di ali. Non si sa chi sia né da dove venga, ma si sa che dietro un aspetto ripugnante nasconde un animo profondo e  buono, in grado di dare forza a chi lo circonda, di farlo sognare e volare con le sue ali. 

Quella di Michael e Skellig è una favola moderna, che non ha bisogno di dimostrare niente a nessuno, non gioca sui colpi di scena né su antagonisti carismatici: è solo la normalissima storia di un uomo che guarisce dall’artrite e da non si sa bene quale passato con l’aiuto di alcuni amici. Il romanzo non nasconde le difficoltà della vita: la sorellina del protagonista, Mina, è malata di cuore e Skellig ha l’artrite, ma non c’è nessuno a cui dare la colpa. Del resto, la ricerca di un colpevole per qualsiasi cosa è un’azione infantile e l’autore vuole essere un maestro per i suoi lettori, che sono sì dei bambini, ma che prima o poi cresceranno e si porteranno nel cuore tante domande destinate a restare senza risposta e tante difficoltà che non potranno essere imputate a nessuno.

Non ci viene spiegato nulla di superfluo di quello che succede: sappiamo che Skellig e la sorellina di Michael sono malati e sappiamo che – alla fine – guariscono, nel corpo e nell’anima. Sappiamo che prima Michael si sente solo e poi non più. Non conosciamo il superfluo perchè non ci deve importare di null’altro che delle emozioni dei personaggi, di come essi crescano imparando ad amarsi l’un l’altro, come si impara da piccoli a camminare, o, nel caso della sorellina del protagonista, a far battere il proprio cuore.

Sono convinta che questo libro vada letto da bambini per imparare a familiarizzare con l’idea che anche dopo che si sarà cresciuti andrà bene farsi aiutare da qualcuno a rinascere, che anche da grandi sarà possibile volare e amare. Ma penso che vada letto anche da adulti, per ricordarsene e lasciarsi cullare da questa consapevolezza.

Foto della copertina del volume, di Maria Chiara Tomasicchio (libro e foto!)

Presto online

Da venerdì 2 aprile, online la lettura integrale del romanzo Il giovane Holden, di J. D. Salinger, che ha segnato la formazione di più di una generazione.

Questo romanzo, pubblicato da J. D. Salinger nel 1951, con il titolo The Catcher in the Rye, poi tradotto in italiano nel 1952 con il titolo Il Giovane Holden, rappresenta un vero e proprio segno di riconoscimento nei confronti di una vita vissuta all’insegna della libertà, dell’indipendenza, della scaltrezza e di tutto ciò di più diverso potrà suscitare in voi attraverso questo podcast. Prendono vita, da questo primo capitolo, un personaggio e una storia che – lo speriamo veramente – vi avvinceranno, capitolo dopo capitolo; voce dopo voce.

Il giovane Holden

Capitolo primo

“Se avete davvero voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e che schifo di infanzia ho avuto e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne.”

Giovinezza e sfrontatezza, le parole d’ordine di queste prime pagine

Holden è sfacciato, simpatico, tremendamente onesto, nostalgico, indipendente. Ci siamo imbattuti in lui quasi per caso, spinti a leggere il romanzo di J. D. Salinger – il cui titolo originale è The Catcher in the Rye (pubblicato nel 1951 e tradotto per la prima volta in italiano nel 1952) – un po’ perché il suo giovane protagonista ha più o meno la nostra età, perché ha tratti che ancora affascinano per la loro dimensione provocatoria, un po’ perché – proprio quegli stessi tratti – provocano anche un effetto di straniamento e di irritazione, un po’ perché è stato un romanzo culto per più di una generazione e ci sembrava interessante capire per quale motivo lo fosse diventato.

A noi ha regalato infinite e diversissime emozioni: la sua personalità ci è apparsa fin da subito complessa e, a tratti, contraddittoria: ed è proprio questa sua complessità che vorremmo riuscire a trasmettere attraverso la nostra lettura.

Il romanzo narra un piccolo frammento della vita di Holden, poco meno di una settimana, in cui il giovane si trova ad affrontare una serie di eventi e di decisioni che cambieranno la sua esistenza.

In questo primo capitolo il protagonista, dopo essere venuto a conoscenza della sua espulsione da uno dei più prestigiosi college statunitensi, quello di Pencey, dove lo aveva indirizzato la sua famiglia, si reca in visita dal suo professore di storia, per congedarsi da lui prima di lasciarsi definitivamente alle spalle la sua esperienza…

Buon ascolto

fotografia di Alessio Ferrario, 31 marzo 2021

Incipit

Foto di un cielo progressivamente illuminato dalla luce del sole, il cui colore passa dal rosa al blu zaffiro, sopra una catena di montagne ancora nere.
Foto di M. Geninazza,
“Stelle veloci d’altri tempi. Omaggio a Alda Merini”.

Dolce color d’oriental zaffiro, 
che s’accoglieva nel sereno aspetto 
del mezzo, puro infino al primo giro,   

a li occhi miei ricominciò diletto, 
tosto ch’io usci’ fuor de l’aura morta 
che m’avea contristati li occhi e ‘l petto.       

Lo bel pianeto che d’amar conforta 
faceva tutto rider l’oriente, 
velando i Pesci ch’erano in sua scorta.                        

Dante Alighieri, Purgatorio, I, vv. 12-21

Ci è toccato in sorte – o abbiamo avuto la fortuna – di poter pubblicare il primo articolo di questo nostro blog, dedicato alla lettura e alla letteratura, il 25 marzo 2021: una data che ha, per gli amanti della letteratura e dalla lettura, un significato particolare. Dallo scorso anno, in questa giornata si celebra infatti il “Dantedì”: secondo alcuni studiosi – anche se la questione non è ancora del tutto definita – proprio il 25 marzo del 1300 aveva avuto inizio il suo viaggio, in compagnia di Virgilio e poi dell’amata Beatrice, attraverso l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso. La ricorrenza è quest’anno ancora più significativa, visto che nel 2021 ricorrono i settecento anni dalla morte di Dante, avvenuta nel settembre del 1321, probabilmente in seguito a una febbre malarica, che lo colse mentre rientrava a Ravenna da un’ambasceria. Ci è toccato in sorte – o abbiamo avuto la fortuna – di poter pubblicare il primo articolo di questo nostro blog, dedicato alla lettura e alla letteratura, il 25 marzo 2021: una data che ha, per gli amanti della letteratura e dalla lettura, un significato particolare. Dallo scorso anno, in questa giornata si celebra infatti il “Dantedì”: secondo alcuni studiosi – anche se la questione non è ancora del tutto definita – proprio il 25 marzo del 1300 aveva avuto inizio il suo viaggio, in compagnia di Virgilio e poi dell’amata Beatrice, attraverso l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso. La ricorrenza è quest’anno ancora più significativa, visto che nel 2021 ricorrono i settecento anni dalla morte di Dante, avvenuta nel settembre del 1321, probabilmente in seguito a una febbre malarica, che lo colse mentre rientrava a Ravenna da un’ambasceria.

La poesia di Dante, però, celebra soprattutto la vita: quella degli uomini e delle donne – del suo tempo e del suo passato -, quella della natura, del cielo e delle stelle: siano dunque tre terzine di Dante l’incipit di questo blog, in cui il cielo del Purgatorio si schiude a un colore, che è promessa e premessa di poesia e di libertà.

La disperazione e l’equilibrio

Di Gustave Doré – Wikipaintings, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=32398444

La meretrice che mai da l’ospizio 
di Cesare non torse li occhi putti, 
morte comune e de le corti vizio,                                   

infiammò contra me li animi tutti; 
e li ’nfiammati infiammar sì Augusto, 
che ’ lieti onor tornaro in tristi lutti.                                 

L’animo mio, per disdegnoso gusto, 
credendo col morir fuggir disdegno, 
ingiusto fece me contra me giusto.  

D. Alighieri, Inferno, XIII, vv. 63-72

Queste parole, tratte dal Canto XIII dell’Inferno dantesco, sono pronunciate da Pier delle Vigne, segretario dell’imperatore Federico II, suicidatosi dopo essere stato travolto da un’ondata di false accuse che, di fatto, posero fine alla sua carriera a corte. Schiacciato dal peso dell’umiliazione e incapace di discolparsi, si convinse che tale disonore potesse essere superato solo rinunciando volontariamente alla vita: così facendo, però, cedette alla disperazione, così da rendersi – nel tentativo di farsi giustizia – ‘ingiusto verso se stesso’. Le considerazioni ispirate da questo testo nella seconda puntata del nostro podcast, disponibili qui: