Dialoghi

Ricordando il professor Ezio Raimondi, filologo, critico letterario, docente di letteratura italiana presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna, così scriveva, sul Manifesto del 20 marzo 2014, Stefano Prandi:

“Dai molti saggi che Raimondi ha dedicato alla teoria della letteratura, almeno due sono gli ambiti nei quali la sua riflessione ha raggiunto risultati decisivi: il concetto di intertestualità, ovvero il dialogo tra i testi, e l’analisi della lettura come «esecuzione» e atto interpretativo (…) L’opera «diventa così il centro di (…) un sistema dialogico, dinamico e aperto, di voci che rimandano ad altre voci». (…) Perché la letteratura – come Raimondi scrive in Un’etica del lettore (2007) – non lascia mai le cose come stanno, ma vuole «trasformare la memoria in esperimento, in costruzione dell’uomo». Se, come ha insegnato Raimondi, le parole hanno un volto e ci vengono incontro per interpellarci, sta a noi la responsabilità della scelta. La posta in gioco è la nostra stessa vita, perché – come scrisse Martin Buber – «ogni vita vera è incontro»

L’idea che la letteratura sia dialogo, tra testi, tra scrittore e lettore, tra lettori è quella che ci ha spinti a decidere di creare un gruppo di lettura ad alta voce all’interno del nostro liceo; l’idea che la letteratura debba e possa generare dialogo è quella che ci spinge a dedicare una sezione del nostro blog alla presentazione di opere, pagine, tematiche, che non solo accompagnino i nostri podcast, ma anche diano voce ai nostri interessi e, almeno lo speriamo, suscitino anche qualche spunto dialogico.

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Proposte di lettura a.s. 2021-2022

Durante l’incontro del 7 aprile, ciascuno dei componenti e delle componenti del gruppo di lettura ha proposto un libro da leggere insieme e registrarne l’audiolibro. Queste sono le idee che sono venute fuori nell’ultimo incontro!



Domitilla Leali, Medea di Christa Wolf

L’autrice, vissuta nella Repubblica Democratica Tedesca (DDR), dedica alcune sue opere a eroine del mondo classico, in particolare a Cassandra e a Medea, raccontando il loro mito secondo una nuova prospettiva.  Medea si presenta come un libro particolarmente interessante per il contenuto e adatto alla lettura per la sua forma: è infatti articolato in più capitoli, ciascuno dei quali esprime il pensiero di uno dei personaggi protagonisti della vicenda (Medea, Giasone, Glauce, la nutrice,…), dalla cui coralità chi legge può ricostruire una versione del mito differente da quello consacrato da Euripide, che vede in Medea, folle d’amore, arrivare ad uccidere i suoi filgi pur di vendicarsi dell’offesa subita da parte di Giasone, che la ha abbandonata per sposare la figlia del re di Corinto e diventare così re della città. Medea, nella versione della Wolf, non uccide i suoi figli, che ama teneramente: i ragazzi sono invece uccisi dagli abitanti di Corinto, che con questo atto scellerato mettono in atto una strategia deliberata per far ricadere la colpa sulla donna, isolarla e condannarla a una solitudine ancora più radicale di quella in cui l’hanno rinchiusa fino a quel momento: isolata perché donna, perché straniera, perché ‘altra’. In questo sta la grandezza di questa rilettura di un grande classico, che costituisce un’interessante occasione di lettura coralmente condivisa. 

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La copertina dell’edizione italiana

Matilde Roda, Conversazione in Sicilia di Elio Vittorini

“Conversazione in Sicilia”, pubblicato nel 1941, è un romanzo antifascista, e per questo il linguaggio utilizzato è cifrato, oscuro e simbolico. Il protagonista è Silvestro, un uomo di circa 30 anni che abita a Milano e che si definisce “in preda ad astratti furori”. Egli, in seguito a una lettera del padre, decide di andare a trovare la madre Concezione, la quale abita in un paesino chiamato Neve in Sicilia. Durante questo viaggio e durante il periodo passato con la madre, Silvestro incontra i personaggi più disparati e, osservandoli e parlando con loro, riscopre se stesso e la Sicilia, terra povera e a tratti oscura. Allo stesso tempo Elio Vittorini ci mostra gli effetti e le contraddizioni del regime fascista. 

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Camilla Caldarelli, Il vecchio che leggeva romanzi d’amore di Luis Sepulveda.

Il romanzo, pubblicato nel 1989, narra la vecchiaia di Antonio José Bolivar Proano, passata in una capanna sulla riva del grande fiume insieme alla fotografia sbiadita di sua moglie e ai ricordi della sua vita passata di colono bianco ai margini della foresta amazzonica ecuadoriana. Antonio decide di vivere in sintonia con i ritmi della natura e nel rispetto delle creature che la popolano. Inoltre, sarà proprio il protagonista colui che porterà a termine il compito spiacevole di uccidere il tigrillo, il felino che vendica su qualsiasi uomo il dolore per l’uccisione dei suoi cuccioli. Lo scontro tra l’uomo e l’animale, tra la vita e la morte, si carica di un significato simbolico: il felino diventa emblema del senso di colpa collettivo che tormenta le coscienze di coloro che si trovano davanti alla natura ferita. In questa dinamica di denuncia, però, risalta la natura speranzosa di Bolívar che sogna nel momento in cui legge i suoi adorati romanzi d’amore.

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Elisabetta Bianchi, Io e te di Niccolò Ammaniti

Io e te, pubblicato nell’ottobre 2010, è un romanzo di formazione che racconta la storia di un ragazzo che si sente diverso da tutti i suoi compagni e amici, ma non ha il coraggio di dirlo perché ha l’idea che se dovesse capitare, diventerebbe realtà. Per mascherare la sua “diversità” dice alla madre di essere stato invitato a fare la settimana bianca con i suoi compagni di scuola quando in realtà passerà la sua vacanza nella cantina di casa sua senza che nessuno lo sappia, ma a metà della settimana, quando sembrava tutto andare per il verso giusto, una ragazza si presenterà in cantina da Lorenzo e qui dovrà iniziare ad affrontare diverse complicanze per poi scoprire una cosa che gli cambierà la vita.

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Laura Casartelli, Dio di Illusioni di Donna Tartt

Dio di illusioni è stato pubblicato nel 1992, nel periodo in cui la scrittrice, Donna Tartt, frequentava l’università di Bennington nel Vermont, da cui prende ispirazione per l’ambientazione del suo primo romanzo. All’Hampden College, una prestigiosa università del Vermont, Richard, Henry, Francis, Bunny, Charles e Camilla fanno parte di una vera e propria élite, poiché sono gli unici a seguire le lezioni di Julian Morrow, eccentrico professore di greco antico che insegna al di fuori delle regole accademiche imposte dall’università e solamente a una cerchia ristretta di studenti. Il piccolo gruppo passa le giornate tra alcol, cene di lusso, sostanze stupefacenti, compiti di greco, feste, fine settimana in campagna e giochi pericolosi, fino a quando non succede qualcosa di terribile, che verrà celato con un crimine ancora più spietato…

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Micol Bassi, Le lacrime di Nietzsche di Irvin D. Yalom 

Nella Vienna ottocentesca fin de siècle si incontrano, secondo un piano dapprima magistralmente architettato, un medico ebreo e un pensatore divorato da una sofferenza estrema, che prende le forme talvolta di emicrania, talvolta di parziale cecità, altre volte ancora di febbre e nausea. Ogni visita diviene una interminabile partita di scacchi, nella quale a sfidarsi sono i tentativi, da parte del dottor Josef Breuer, di scavare a fondo nell’animo del paziente, per estrapolarne una diagnosi, puntualmente confutati dalle mosse di un Friedrich Nietzsche sempre più chiuso e restio a raccontarsi. Eppure, è proprio questa nuova forma di cura che, a dispetto di ogni premessa, da questi due uomini, solo in apparenza tanto diversi, viene scoperta, affinata e perseguita nel corso del romanzo: il racconto di sé e il dialogo; guardarsi dentro e descrivere a qualcuno di esterno quanto vi si scorge. Allora, ecco che Nietzsche non è più solo paziente né Breuer solo medico: viene a instaurarsi un rapporto tanto profondo in cui l’uno cerca nell’altro qualcosa che possa salvarlo; magari anche solo una parola. “Caro amico” sarà l’ultimo appellativo che Breuer rivolgerà a Nietzsche e sarà proprio questa denominazione, insieme tanto sofferta e tanto rincorsa, a liberare finalmente le lacrime del filosofo. Perché raccontarsi in questo modo, rivelarsi, cioè, in tutta la propria disperazione e solitudine, comporta, eccome, del dolore, ma sa anche rendersi prerogativa necessaria per lasciarsi toccare, lasciarsi curare e darsi la possibilità di scegliere e amare il proprio cammino. 

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